Intervista a Utku Tavil di federica spagone

Utku Tavil, una vita underground

da www.digi.to.it
federica spagone.
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Nato ad Istanbul ma torinese di adozione, Utku Tavil è un artista musicalmente completo. Molti anni di studio e gavetta nei locali l’hanno portato a sperimentare nuove sonorità e a ricercare una propria dimensione artistica che potremmo definire al contempo intima ed onirica. Davanti ad una buona tazza di caffè, rigorosamente americano, ci ha raccontato la sua vita e i suoi progetti.

Partiamo dalle origini: come è nata la passione per la musica e come ti sei avvicinato alla cultura elettronica?
«A tre anni volevo già suonare la batteria, ma i miei genitori mi hanno indirizzato verso lo studio di un strumento più classico, il pianoforte. A tredici anni finalmente mi sono avvicinato alle percussioni, avendo la possibilità di studiare con Senol Kucukyldirim, uno dei batteristi jazz più importanti del panorama turco. La passione per la cultura elettronica è nata invece verso i 17 anni, quando insieme ad un mio amico musicista ho fondato il gruppo “Idiotensicher “. Cercavamo di manipolare registrazioni di batteria e chitarra elettrica creando dei suoni alternativi, un’esperienza interessante che mi ha permesso di conoscere molti artisti del panorama elettronico e jazz. Infine, dopo un anno di studio e di ricerca molto intenso, è nato il progetto “Limbo”, totalmente basato sulla manipolazione elettronica, che mi ha permesso di fare il mio primo tour nei locali italiani e turchi».

Quali sono gli artisti che ti hanno ispirato e a cui tu fai riferimento?
«In generale adoro gli artisti della scena norvegese perché spaziano con l’improvvisazione. Sono straordinari, utilizzano strumenti con sonorità opposte ma riescono ugualmente ad ottenere un’armonia assoluta nelle loro composizioni. Molti altri però hanno influenzato il mio lavoro e il mio modo di vivere la musica: possiamo parlare di Laurie Anderson, John Zorn, Iannis Xenakis, Arvo Pärt, il performer 2/5 BZ e Stian Westerhus».

Hai avuto la possibilità di vivere la musica in due città come Torino e Istanbul, quale realtà ti appartiene di più?
«Io non sono uno di quelli che si definiscono “cittadini del mondo”, anzi per certi aspetti mi sento ancora molto chiuso e legato alle abitudini, ma i due luoghi mi appartengono entrambi per aspetti opposti. Da una parte c’è Istanbul, così piena di gente, sempre pronta ad offrirti nuovi spunti; dall’altra Torino, una città tranquilla in cui si riesce a ricavare il proprio spazio in modo più sereno. Amo proprio la differenza che c’è tra le due: nella mia vita, questi contrasti creano una tensione positiva che mi spinge ad andare avanti con grinta».

Parliamo di Club to Club: com’è nata la collaborazione con loro?
«Nel 2008, quando ancora l’elettronica era poco conosciuta nei club italiani, ho incontrato Francesco Fantini durante una jam session. Abbiamo collaborato per circa un anno, realizzando installazioni e performance nei locali underground italiani e turchi, raggiungendo risultati assolutamente soddisfacenti. Proprio durante quel periodo ci ha notato Sergio Ricciardone dell’associazione Explosiva, che ci ha proposto di lavorare con Claudio Casas per la manifestazione “Club To Club”. Essere presi in considerazione per un progetto così importante è stato inaspettato ma ci ha gratificato molto. E’ stata sicuramente un’esperienza preziosa e coinvolgente sotto tutti i punti di vista. I tempi erano serratissimi ma è stato bellissimo strutturare la performance in un ambiente inusuale: mi sono ritrovato a comporre all’interno della prima Centrale Elettrica dell’Impero Ottomano, nella periferia di Istanbul. Proprio quest’ambiente mi ha ispirato moltissimo, era fantastico essere circondati da macchinari antichi e sperimentare nuove sonorità elettroniche».

Quali sono ora i tuoi nuovi progetti?
«Dopo questa esperienza sento il bisogno di concentrarmi un po’ di più su me stesso, di realizzare musica e performance indipendenti. L’anno scorso ho realizzato il cd Pre/Met[a]mbient e vorrei lavorare utilizzando ancora quel connubio di strumenti elettrici ed acustici. Contemporaneamente vorrei continuare le mie sperimentazioni audio/video e realizzare nuove installazioni. Mi preme anche cambiare ambiente, fare nuove esperienze ed è per questo che penso di trasferirmi ad Oslo il prossimo anno».


E voi cosa pensate della musica elettronica? Avete mai assistito ad una performance dal vivo?